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Intervista a Giacomo Infantino

Giacomo Infantino è tra i più talentuosi e apprezzati giovani fotografi italiani. Ci siamo spesso confrontati, di fronte a una stampa, sul suo rapporto con l’immagine, e in questa breve conversazione ci ha dato risposte precise, segno di una visione chiara del processo fotografico e delle sfide che gli autori della sua generazione devono prepararsi ad affrontare. Ecco il testo completo dell’intervista.


Perché hai scelto la fotografia come tuo mezzo espressivo, in che modo pensi che possa esprimere al meglio la tua creatività?


La fotografia è un mezzo in grado di poter supportare o affiancare qualsiasi pratica artistica. Non si tratta esclusivamente di realizzare fotografie, ma piuttosto immagini. Esse hanno oggigiorno una duttilità incredibile e possono ibridarsi in modo multidisciplinare e trasversale. Sulla base di questo pensiero posso affermare che, per quanto riguarda il mio percorso, la fotografia diventa un mezzo di ricerca intima e personale. E’ una vera e propria relazione intima che si fonde con le proprie necessità, ma applicate ad un metodo esecutivo che può variare e mutare con l’accumularsi della propria esperienza. La fotografia permette all’artista di poter invertire la propria rotta, di poter cambiare, modificare, qualsiasi pratica o tecnica in quanto, come peculiarità propria, possiede le doti di un’arte mutaforme incline ad abbracciare qualsiasi estetica, forma o ricerca. 

@giacomoinfantino


Ti dedichi in particolare al paesaggio, in un modo originale e personale: ce lo descrivi?


Il paesaggio diviene per il mio lavoro un territorio in grado di accogliere i pensieri più intimi e  inconsci che ho sempre custodito. In particolare si può evincere nella mia serie a lungo termine “Unreal”, in corso d’opera dal 2017 ad oggi. E’ un viaggio che si sviluppa inizialmente nei territori della provincia di Varese in cui vivo e, negli anni successivi, arriva ad esplorare molti altri luoghi come l’Appenino Meridionale in Calabria, le Alpi poste al confine del Nord Italia, ma anche alcune zone della Germania dell’est e delle sue periferie. Il comun denominatore è la relazione tra uomo e paesaggio. Utilizzando prevalentemente la notte come struttura narrativa, aiuta la serie a divenire una storia senza tempo e spazio. Un racconto che non vuole descrivere il paesaggio o i luoghi che ho appena elencato, ma bensì la relazione e le suggestioni intime che essi sono in grado di evidenziare nella lettura introspettiva degli abitanti che li abitano. Attraverso le silhouette indefinite di personaggi, installazioni luminose e autoritratti cerco di raccontare la mia percezione personale di di questi luoghi che, molto spesso, sono niente di meno che un dialogo viscerale tra ciò che più mi inquieta e ciò che mi fa stare bene. 


C’è tra le tue foto uno scatto al quale sei particolarmente legato?

Uno scatto a cui sono molto legato è il seguente. Questa immagine è un autoritratto che realizzai nel 2019. 

@giacomoinfantino


Ci puoi raccontare brevemente il tuo approccio tecnico allo scatto, che tipo di attrezzatura usi, quando e in che condizioni di luce preferisci lavorare, per esempio?


Prevalentemente, come già accennato, opto spesso per la notte in quanto essa mi da modo di poter creare, quasi da zero, ciò che mi prefiggo come idea o concetto. La peculiarità del buio sta nel suo essere un territorio vergine. Utilizzando prettamente luci portatili esterne, piccole fonti luminose come LED o flash, ma anche gelatine o torce, affianco questa strumentazione alla lunga esposizione del mezzo fotografico. In poche parole costruisco a seconda delle necessità dei set simili a quelli del cinema che mi aiutano ad evincere al meglio la destinazione o la rappresentazione di ciò che ho concepito per lo scatto. Ciò che mi affascina è il senso di rivelazione che la combinazione tra light design e tempi di posa lunghi sono in grado di suscitare. E’ un effetto di rivelazione, procurato sia dall’oscurità che pian piano rivela ciò che cela sia attraverso la creazione di nuove dimensioni che, in una realtà quotidiana, non conosciamo. 



Ci sono autori, fotografi e non, o singole fotografie che ritieni importanti per la tua formazione?


Gli autori che ritengo importanti  e fondamentali per la mia ricerca  sono sicuramente Jeff Wall, Todd Hido e Gregory Crewdson. In loro ho trovato grande insegnamento nella poetica e nella ricerca che il mezzo fotografico può elaborare, ma anche nel loro dialogo tra realtà e finzione che dal principio mi ha sempre affascinato. Altri autori sono Bill Brandt, Brassaï, Eggleston, Sommariva, Guidi. 


Cosa ti aspetti da una stampa di una tua fotografia?


Ciò che mi aspetto da una stampa di una mia fotografia è la giusta valorizzazione dell’immagine. Oggi l’immagine digitale, smaterializzata e priva di supporto, necessita di trovare la sua nuova destinazione nella carta e in quel processo creativo messo in atto nel dialogo tra stampatore e fotografo. L’immagine stampata deve essere in grado di completare tutto il processo di scatto aggiungendo o consolidando il valore estetico e contenutistico dell’autore. 


@giacomoinfantino

Infantino e Caielli fine art per Hahnemuehle e Image Consult portfolio

Spesso prediligi un formato piuttosto grande e una carta opaca, perché?


Prediligo queste misure sebbene questo non significhi poi non cambiare metodologia o soluzioni esecutive in funzione di un lavoro specifico o che richieda altre caratteristiche di esecuzione. La mia scelta ricade spesso su alcune tipologie di carte fine art che sono in grado di restituire una brillantezza dei toni e neri profondi che, nelle mie immagini, sono spesso cruciali a causa della presenza di forti contrasti o aree molto scure nell’immagine. Tali scelte unite al grande formato di stampa trovano una propria omogeneità impeccabile. Questa combinazione aiuta a dare quella dimensione cinematografica  e onirica che non si ferma soltanto nella fase di esecuzione, ma bensì anche nel suo processo finale che diventa centrale.


Progetti per il futuro?


Non so bene cosa aspettarmi nel futuro, sicuramente concludere gli studi presso il biennio specialistico di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti e mi auguro di proseguire ulteriormente la mia ricerca, magari questa volta, in luoghi del tutto nuovi. 




La pesca a mosca al tempo della quarantena

La pesca a mosca al tempo della quarantena

di Roberto Caielli 



“Rosa, oh pura contraddizione / voglia / di essere il sonno di nessuno / sotto così tante / palpebre” (Epitaffio sulla tomba di Rilke a Raron)


La cosa che più mi manca, in questo tempo strano, è pescare. Chi pesca con la mosca ha sempre dato un valore di preghiera, di religiosità quasi suprema, per non dire d’opera d’arte, alla concatenazione di gesti che porta, dalla propria cantina disseminata di piume d’uccello, mosche in costruzione e canne appoggiate alle spalliere, a scendere al fiume e camminarci dentro fino al torace. 

E ha sempre pensato d’appartenere a una sorta di sogno condiviso, un sogno d’insieme, trascendente, nato dal fiume, che lo porta a sentirsi nel posto giusto, sempre e soltanto quando si trova sul fiume o sul torrente. Da solo o con altri pescatori a mosca, parte dello stesso sogno, dello stesso racconto. Forse, addirittura, consapevoli o inconsapevoli, parte di una stessa società un po’ elitaria, che dispone la propria realizzazione solo nell’aspettativa e nell’incoerenza, nella pratica di un gesto - l’arte del lancio - più che nel suo compimento. Tutti noi pescatori con la mosca - in particolare con la mosca secca - abbiamo passato infinitamente molto più tempo sul fiume a pescare senza mai prender pesci, piuttosto che il contrario. E anche se la trota che nuota sotto le cascate, e sfida la corrente ai bordi di un torrente, è il motivo ultimo di tutto il nostro processo, noi siamo pianamente consapevoli che è il processo stesso che ci fa essere parte del sogno, e non l’esito di una cattura né l’appagamento finale. 

Camminare lungo l’argine, scrutare la superficie, sentire il profumo dell’erba e cogliere tra i raggi di sole, che filtrano dalle fronde o dalle nuvole, una schiusa d’insetti: cominciamo così, quasi quotidianamente, la nostra strada. E poiché questo cammino, oggi, è troncato dai divieti e dalla paura - rimaniamo chiusi in casa, e chiuse negli astucci le nostre esche, chiuse negli astucci le canne -, sento che in qualche modo - di tutte le cose della vita, e quante più importanti! - scendere al fiume a pescare è la cosa che più mi manca. 


Questa mancanza vive di “una pura contraddizione”, l’essere sempre lì al suo posto del fiume e delle trote, “sotto così tante palpebre” piene d’attesa e di speranza, come nell’epitaffio sulla tomba di Rilke, una parola che vive eternamente, “il sonno di nessuno” e non un corpo che muore. E’ una contraddizione complessa, che mi seduce: forse, le tante palpebre sono le nostre, che sognano, ma non vedono il fiume, poiché non ci possiamo andare; e “il sonno di nessuno” sono le sue acque, i suoi pesci e le sue rocce, che nel profondo, a noi celate, continuano a vivere come sempre. O forse, i nascosti, rinchiusi nelle case, celati nel “sonno di nessuno” siamo noi, e le palpebre quelle del fiume e della natura, che ci guardano da lontano e sentono la nostra assenza. O forse la verità, almeno quella che mi piace pensare (di nuovo una contraddizione pura), è che un po’ gli manchiamo, al fiume e alle sue creature, poiché in fondo eravamo in equilibrio, noi coi nostri stivali, loro nello scorrere infinito delle acque.

E poiché in questi giorni siamo circondati da un dolore dissonante, ecco che mai così intensamente ho desiderato infilarmi un paio di stivali, montare una canna, annodare una mosca e scendere al fiume. E fare del fiume il luogo di una eternità sovrumana, pensante e trascendente. 

In fondo è una preghiera. La pesca a mosca è una forma di preghiera. Ed è anche una “questua”, un mendicare, con la stessa aura monastica di quegli ordini di frati che, dal Medioevo ad oggi, vivevano e vivono pregando e chiedendo. Almeno, io mi sono spesso sentito così, sul fiume. Mi ha sempre regalato, la pesca, una sensazione di piccolezza nei confronti del creato, ma allo stesso tempo di giustizia, di esserne parte consapevole, un piccolo atomo di natura che insieme agli altri, e legato agli altri, muove i suoi passi.

L’ordine di questa discesa trascendente è certamente fatta di simboli e rituali. Non è adepto di nulla, il pescatore, è solo parte di un sogno, è posseduto da un sogno. E sebbene per alcuni di noi la pratica somigli al fanatismo, tutto è generalmente molto più prosaico e semplice di come l’abbia descritto fin ora. 

Tutto comincia all’alba, allo svegliarsi presto. E sapere che la giornata è già cominciata, inondata di speranza, di vita, di possibilità e di potenza. E si, forse anche di qualche trota, - magari! - forse della trota dell’anno o della vita, forse di quella meravigliosa e gigantesca trota che ho perso l’anno scorso e contro cui ho scagliato un anno intero di imprecazioni e rimorsi: dove avevo sbagliato? La misura del finale? La mosca montata su un amo scadente? Non avevo sostituito, per pigrizia, un terminale un po’ usurato da tanti lanci tra acqua e rocce?

Svegliarsi al mattino, il giorno della pesca, significa fremere. Letteralmente, godere d’un formicolio intenso e fisico, per il quale non è abbastanza il modo di dire “Non vedo l’ora”, e va un po’ meglio “Non sto più nella pelle”. Ma nemmeno evocare questa lacerazione estrema rende giustizia a quel che sento e provo a raccontare. Fremito, misto a chissà cosa, condito con il senso di colpa per aver lasciato la famiglia sola a casa, proprio in un giorno di festa, mescolato al pensiero che il tuo compagno è già fuori che aspetta, al freddo del mattino, là dove abbiamo appuntamento. Fremito per tutto quel tempo che, nella maggior parte delle volte, passerai non si sa bene a far cosa, probabilmente a non vedere un pesce. Di nuovo una pura contraddizione.

La destinazione è decisa da tempo. La macchina è caricata con cura dalla sera prima, ma controllo che ci sia tutto lo stesso. So che a metà strada il pensiero d’aver dimenticato, per la fretta, la scatola delle mosche migliori, o un paio di forbici, o una busta di finali, mi prenderà d’assalto, costringendomi a dieci minuti di doloroso mentale ripasso, e restare sempre dubbioso fino alla meta. 

Mi sento, il giorno che comincia così, come il pellegrino di una poesia di Georg Trakl, che “apre in silenzio ed entra” e scopre, oltre la soglia impietrita, che “in un purissimo chiarore / splendono sulla mensa pane e vino“. Questo chiarore traccia la strada di noi pescatori a mosca che partiamo, al mattino presto, come linea di luce che ci porta a scoprire che le porte di un fiume - la nostra mensa - sono sempre aperte, e pane e vino ci attendono, sempre, ogni giorno, ogni mattina e ogni sera. Il fiume scorre sempre per noi e ci aspetta il suo rumoroso cadere. 

Ci siamo. Parcheggiata l’auto tra gli alberi, scendiamo, e senza dirci nulla respiriamo fino in fondo tutta l’aria che ci circonda, noi stessi circondati già dal mistero e dalla magia del bosco, che prelude al fiume. Lo senti, ma ancora non lo vedi, pure è a pochi metri. E’ il Toce, grande fiume che scende dalle più alte creste ossolane fino ad allargarsi con una certa maestosità, e la stessa acqua di cristallo, nel fondovalle, insinuandosi tra meandri, i quali lo celano alle strade e ai paesi. Oppure è la Gougra, poco più che un ruscello altissimo nelle alpi Svizzere, dove ho imparato a lanciare con precisione, nelle buche grandi quanto un bicchiere, mosche grosse e rumorose, per trote piccole, selvatiche e timide. Lassù, l’acqua è sempre lattiginosa di neve, e il lancio deve incuriosire la trota, senza spaventarla. Ovvero, la posa della mosca deve svolgere, nello stesso momento, due funzioni fondamentali, ma opposte l’una all’altra. O forse il Rancina, il posto più vicino a casa, torrente selvaggio nei boschi rischiosi, chiusi, quasi inaccessibili, che crescono di una inaspettata asprezza sopra le forre e le grotte di cui sono perforate le Prealpi varesine. Selvaticissime fino alla bizzarria, scure e nere tra le macchie rosso vivo, nascoste al buio tra i massi di pietra e muschio, vibrano alla cattura e scivolano via dalle mani quando le rilasci, impaurite più dalla luce improvvisa, che dal rischio di perdere vita e libertà. In tutti questi posti, e in tanti altri che ho frequentato, l’acqua è “utile, umile, preziosa e casta”, come nel Cantico di Francesco d’Assisi. Come le sue creature. 

Che sia questo o quel posto, quando ci sei, ci sei. 

Mi tiro lunghi calzettoni di lana sopra il fondo dei pantaloni per indossare gli waders, alla vita o fino al torace, e gli scarponcini da waders. E’ una metamorfosi. Gli waders mi trasformano in altro da quello che sono, perché mi consentono d’entrare in acqua senza bagnarmi, e camminare per chilometri dentro l’alveo del fiume, accolto e cullato. E da lì, vedere le cose da una prospettiva unica, centrale, come gli alunni de “L’attimo fuggente” stimolati a salire in piedi sui banchi dal Professor Robin Williams per la lezione di letteratura. 

Tolgo la canna dal tubo che la protegge e dalla custodia di tela che l’avvolge. La canna è il fulcro di questo rito. La scorsa stagione, usavo spesso una 7 piedi e 6 per coda 3 di bambù, fatta da un costruttore americano di nome A. Jarry, credo, negli anni ottanta, che mi ha venduto un paio d’anni fa l’amico fotografo e pescatore Luigi Baldelli. Quando l’ho usata la prima volta, ho creduto subito nel valore di una canna dal sapore antico, tutta naturale, di legno, se non altro perché al primo lancio presi una trotella sui 20 centimetri che la fece curvare e vibrare fino all’impugnatura, come se avessi allamato un pesce grande il doppio. La canna in bambù ha un’anima. E’ lenta, docile, fragile e robusta insieme, ma capace di scatti orgogliosi di una rapidità sorprendente, perfino per un lanciatore non eccelso come me. Anche quelle in carbonio ce l’hanno. Sul Toce, dove il lancio prevede lunghe distanze, uso una canna bellissima in carbonio grezzo, nero, non verniciato, nata proprio lì sul fiume, a Vogogna, nel famoso laboratorio di Barone. E’ una “Vipera” 9 piedi e 6 per coda 5, regalo di Nicoletta e Maria qualche Natale fa. Le spire del carbonio sono scoperte, nude, come un rettile pronto a lanciarsi sulla preda. 

Mi manca lanciare. Ho passato giornate intere scandite da quel ritmo, un pendolo che conta il tempo, diversamente da qualsiasi orologio. Essendo la canna una leva a prosecuzione del braccio, che gli imprime quel tipico moto oscillatorio indietro - avanti per distendere la coda, il finale e la mosca, il tempo è del tutto interiore. Parte dalla tua testa e arriva ai polsi, e un altro scandire non è più necessario. E’ un tempo diverso, che mi manca terribilmente. E’ un tempo segnato dal sibilo della coda che scorre negli anelli, e curvato nello spazio dalle forme della coda stessa che si libera nell’aria. E’ una formula einsteniana di bellezza. 

L’ultimo atto, prima di scegliere la mosca, è agganciare il mulinello al calcio della canna, estrarre un po’ di coda e farla passare attraverso gli anelli. Una volta infilato l’ultimo anello, controllo il terminale di nylon e lego l’invisibile finale. 

Una bella definizione della mosca l’ho letta di recente in un libro di Ted Leeson, che la descrive utilizzando una poesia di Emily Dickinson: “La speranza è quella cosa piumata –

che si viene a posare sull’anima –“. Scegliere e lanciare un minuscolo oggetto senza peso nel fiume è un atto di speranza, che dimora molto profondamente nel pescatore. Specialmente le mosche di piume d’anatra, collo di gallo o pavone, più che quelle costruite col pelo di cervo o di altri animali, testimoniano l’eleganza esotica e orientale di questo minuscolo oggetto d’origine vittoriana. L’arancione, il verde o il grigio - azzurro di alcune mosche classiche, sono i colori di un cielo turneriano e di un autunno senza tempo della campagna inglese, o ancora di quel che resta dell’antica foresta caledoniana lungo la Great Glen nella Scozia centrale, o dei riflessi d’un sole marino sulla roccia delle Highlands. Là dove molte di esse sono state inventate e utilizzate per la prima volta, e dove quasi ogni terra ha il suo fiume, ci sono anse, pietre, panchine di legno, tronchi di vecchi alberi, con incisi il nome e la data di nascita e di morte di quelli che ci hanno pescato prima di noi. Le mosche, con poche varianti, sono sempre le stesse e i loro nomi una poesia: Pale dun, Blue dun, Greenswell glory, Tups indispensable, Royal coachman, March brown, e cosi via. 

Tutto questo mi manca. 



Intervista a Luigi Baldelli

L’Afghanistan insieme a Ettore Mo, la ex Jugoslavia, il Rwanda, l’Ebola in Sierra Leone sono solo alcuni dei reportage, firmati da Luigi Baldelli per quotidiani come il Corriere della Sera o magazine internazionali, che fanno di lui un punto di riferimento tra i fotoreporter della scena contemporanea. Perennemente in viaggio nei più remoti e disagiati luoghi del mondo, Luigi Baldelli è rappresentante di punta del fotogiornalismo italiano, allievo e stilisticamente continuatore dei maestri della scuola di Epoca o del reportage politico e di cronaca della Roma segnata dal brigatismo e dalle lotte degli anni 60 e 70. Il suo è un linguaggio fotografico diretto e personale, che punta a sintetizzare una immagine per portare alla luce - attraverso i gesti, le espressioni e gli sguardi -  tante storie da raccontare. 

Come hai cominciato questo mestiere?

La fotografia mi è sempre piaciuta, ai tempi del liceo era una passione che coltivavo a livello amatoriale, poi ho provato a farlo come mestiere. A Roma c’erano ai tempi molte opportunità, poiché lì avevano sede le redazioni di molti giornali importanti.  Incominciai con alcuni fotografi che avevano aperto una agenzia che si occupava in particolare di seguire la cronaca di Roma (per Repubblica, Corriere, Messaggero) ed era uno staff fotografico notevole. Dall’87 ho cominciato a lavorare con l’agenzia Contrasto (una esperienza durata per docici anni), poi con Grazia Neri e infine come free lance. Ho un ricordo che risale alle scuole medie: il professore di Educazione Tecnica ci insegnò la fotografia con una Pentax Spotmatic e i principi della camera oscura, e li è cominciata la passione. La fotografia mi attirava molto anche perché c’erano bellissime riviste con cui seguire l’evoluzione del linguaggio (Epoca, Life, Europeo, e le grandi collane di fotografia). Il reportage fu un po’ una conseguenza delle mie prime esperienze. Con Contrasto ho scattato molta politica in Italia (manifestazioni, personaggi, eventi) e nel 1989 incominciai i primi viaggi all’estero con la caduta del muro di Berlino e le rivoluzioni nell’ex Europa dell’Est. Da allora ho sempre viaggiato molto per il mondo. 

Quali sono i nomi di riferimento, giornalisti o fotografi, che ti hanno più influenzato?

Tra i fotografi sicuramente Vezio Sabatini: fotografava i personaggi politici ma non era un semplice fotografo. Era il più bravo di tutti, la sua non era la classica foto al politico di turno, ma sapeva cogliere gestualità, sguardi, riusciva a cogliere oltre l’apparenza. Fu una grande scuola. Altri fotografi di riferimento? Mi vengono in mente Giorgio Lotti e i fotografi di Epoca, ovviamente James Nachtwey, un grande esempio per tutti. Mi piace molto Luc Delahaye. Ricordo anche Gianni Giansanti (un eccezionale libro sul Vaticano, e la famosa foto di Aldo Moro morto nella Renault 4), era un fotografo di Sigma accreditato in Vaticano, fece un libro su Papa Wojtila davvero notevole. Roberto Koch è stata ed è una grande guida a Contrasto. Tra i miei preferiti ci sono anche Gilles Peress, (guardatevi libri come The silence: Ruanda o Telex Iran, o i lavori in Bosnia), e Salgado, che ho incontrato più volte. Voglio citare anche dei non fotografi: Ettore Mo, con cui ho lavorato 20 anni insieme, mi ha insegnato tanto, era un giornalista di penna ma mi ha insegnato molto, vedeva le cose prima di tutti, cosi come Bernardo Valli o Mimmo Candido. 

Ci sono foto o esperienze a cui sei particolarmente legato?

Ho seguito l’Afganistan dal 1995 con Ettore Mo fino al 2013, quello è il paese che mi ha più colpito, come anche il centro del Sud America. 

A un giovane oggi cosa diresti?

Un tempo avrei detto vai all’estero, oggi alla luce di quello che sta accadendo viaggiare sarà diverso, ma gli direi “vai e diventa uno specialista di quel paese”. Non è vero che il foto giornalismo è morto. Chiaramente i giornali hanno difficoltà a sostenere i costi di un reportage, ma occorre allargare il panorama, ci sono molte altre possibilità, c’è il web, e la gente è sempre interessata alle storie. Occorre certamente  mettersi in gioco studiando, ampliando la propria cultura, interessarsi d’arte, politica. La cosa principale, su queste basi, è comunque avere una idea da sviluppare.  Credo che non consiglierei le scuole di fotografia. Consiglierei piuttosto la gavetta presso uno studio.  Porti magari per mesi il caffè a un fotografo di moda, però sei lì, vedi, vivi il mestiere. 

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