Something went wrong.

We've been notified of this error.

Need help? Check out our Help Centre.

Sigma Fp L “naked”…

Sigma Fpl e 24mm 3,5 a Les crete, Grimentz, nel cuore della Svizzera Vallese

Ho avuto in prova per due settimane una macchina fotografica e videocamera visionaria, la Sigma Fp L, con sensore Bayer da 61 Mp e funzionalità video avanzate (come la possibilità di registrare Raw 4k fino a 12 bit). Delle caratteristiche tecniche e dei pregi e difetti di questo apparecchio (e della sorella minore, identica ma con sensore da 24 Mp, decisamente più orientata al video) molto si è parlato, ed esiste una più che abbondante letteratura sul web al proposito. A questa rimando per approfondirne le specifiche, io cercherò di approfondirne il carattere. 

La Sigma Fp L è una solidissima e robustissima scatola magica - averla tra le mani trasmette sensazioni molto tattili e presenti di tale solidità - ed è allo stesso tempo un pezzo di design forgiato sulle sue funzioni, dai dettagli quasi “motoristici” come le prese d’aria sulla carena. 

E’ una “naked”, direbbero i motociclisti,  per questa nudità rigorosa la si ama. Attorno a questo cuore austero in effetti non c’è nulla, non ci sono vestiti, nemmeno quelli apparentemente necessari: non c’è una impugnatura, non c’è un mirino, non c’è un flash, lo schermo non è orientabile. Ci sono piuttosto innumerevoli filetti cromati che rivelano la natura modulare della Fp: attorno a questo cuore granitico si può costruirci attorno un mondo: cage, monitor, ssd esterna, matte box, impugnature e stabilizzatori, microfoni e cosi via. Questo design è visionario perché svela il proposito concettuale del progetto Sigma, che rovescia un assunto semplice per renderlo rivoluzionario in certi aspetti: la natura dell’immagine digitale è il movimento e non l’istantanea. La fotografia digitale è stata ed è ancora un ponte affascinante dal passato analogico alla video ripresa: la Sigma Fp L (e il discorso vale per la sorella minore Fp) è più una fotocamera o una videocamera? Concettualmente né l’una né l’altra cosa, è un prodotto della modernità, piuttosto in anticipo sui tempi che peraltro corrono rapidi, che denuncia le contraddizioni tecniche e tecnologiche del digitale. Non ha, per esempio, la forma di una macchina fotografica, nemmeno la ricorda. E’ qualcos’altro, anche se può fare bellissime fotografie. E per il momento racconteremo di fotografia e stampa, rimandando a un secondo articolo il video. 

La Gougra a Grimentz, 15s f9 iso 200

Moiry

Abbiamo portato in montagna, tra le alpi svizzere, la Fp L per provarla sul suo territorio prediletto, il paesaggio, insieme a un grandangolo, il Sigma 24 mm 3,5. Qui i 61 mp del sensore si riveleranno utili in fase di stampa. Lo switch assai agevole tra la modalità di ripresa “video” a quella “still”, è anche in termini pratici, l’aspetto che più ci ha affascinato e divertito, soprattutto utilizzando senza orpelli, appunto naked, la piccola full frame. Unici accessori un cavalletto, e l’impugnatura, utile per fotografare e riprendere a mano libera. Passeggiando ai piedi del ghiacciaio di Moiry, la sera, fa freddo e tira vento. La Fp L è settata in questo modo: modalità di ripresa completamente manuale, messa a fuoco manuale, Raw+jpg, per quanto riguarda la parte fotografica. Registrazione video 4k a 24 fps in formato Mov, per comodità (benché la macchina sia capace di registrare Raw non compressi a 8, 10, e 12 bit su una ssd esterna o su Ninja e Blackmagic video assist). L’acqua dei ruscelli corre veloce, l’atmosfera è limpida e il sole s’è appena nascosto dietro i 4000 del Vallese per lasciare spazio a una luce serale più morbida. Di fronte al lago morenico da cui sorge la Gougra, l’idea è quella di produrre materiale foto e video al fine di ricreare poi, in studio, questo ambiente, attraverso proiezioni e stampe. In fondo, una volta a casa, ne avremo nostalgia. Avremo nostalgia di questi mutamenti. La tecnologia ci aiuta ad interpretarli, e la Sigma non fa da sola. Va aiutata con interventi manuali, a volte corretta, ma il suo design minimale e “industrial” si integra perfettamente col paesaggio che ci circonda. 

Passo del Sempione

L’aspetto dell’interazione tra mezzo tecnico e operatore, tra macchina e paesaggio è un aspetto importante per me. E’ la macchina a interagire tra me e il mondo, a fare da interprete e traduttore per cosi dire, e la presenza fisica del mezzo occupa in qualche modo un posto riflessivo nell’ambiente che sto riprendendo. Non solo è questione di handling, peso o dimensioni, che pure giocano un ruolo, è questione di presenza. La Sigma Fp L è perfettamente a suo agio dentro questo paesaggio profondamente mutato, la morena di un ghiacciaio, con le sue acque e le sue pietre, il suo vento e la sua sabbia. Credo che sia il pregio della Fp L che più ho apprezzato.

La ghiera di messa a fuoco del 24 mm è fluida e lo schermo attiva automaticamente l’ingrandimento sull’area selezionata per una regolazione precisa. Durante questa operazione la mancanza di uno schermo orientabile si sente. Ancora una volta, avverto il pregio di una costruzione compatta e minimale che richiede, se occorre, l’aggiunta di un monitor esterno, in particolare durante la registrazione video. 

Da appassionato delle fotocamere Sigma con sensore Foveon (di cui ho una certa nostalgia mentre utilizzo la Fp) conosco e apprezzo i filtri colore pre impostati nel menu. Li uso volentieri, e danno una certa personalità caratteristica all’immagine, un po’ come quando certe pellicole enfatizzavano alcune tendenze colore piuttosto che altre. Tra i miei filtri preferiti, il Classic Yellow e il nuovo Teal and Orange, utilizzato nella maggior parte di queste fotografie.

I risultati in termini fotografici sono ottimi. Il jpg nativo lo è, il DNG sviluppato con Camera Raw o con Sigma Photo Pro (che consente di giocare con i filtri colore e recuperare in modo impressionante i dettagli nelle alte luci) lo ancora di più. I file, ovviamente dettagliatissimi grazie ai 61 mpx del sensore, risultano densi, saturi, gradevoli e ben strutturati sui passaggi tonali. In fase di postproduzione non “strappano” nelle correzioni colore e reggono maschere di contrasto aggressive. Ho provato a stampare una fotografia del torrente Gougra, molto presente, piena di dettagli e dai toni vivaci, con l’intento di rendere tattile all’osservatore le sensazioni e le sfumature percettive del luogo, fatte di colori, suoni, profumi e movimento. La stampa, un a2 su carta cotone Hahnemuehle Museum Etching 350gr. con pigmenti Canon, è notevole. Nonostante la ruvida rusticità della famosa carta tedesca, la stampa rende giustizia dei dettagli e delle sfumature e la nitidezza è totale. Soprattutto, la sensazione di vivida presenza è ben risolta. Il prossimo passaggio sarà quello di utilizzare questo file per una gigantografia tipo carta da parati per occupare l’intera parete di una cantina dove si svolgerà una mostra. Non ci saranno difficoltà di sorta. 

Tornando verso casa, ci siamo fermati attorno al lago per fotografare una struttura a noi cara immaginando un bianco e nero classico. Anche in questo caso,  la Fp l ha generato file magnifici che abbiamo stampato con i poetici inchiostri ai pigmenti di carbone Piezography Warm Neutral su carta cotone opaca Ilford Smooth cotton rag 300 grammi, una tra le preferite. I dettagli sono notevoli, la “pasta” e i passaggi dell’immagine conferiscono alla stampa una texture dal sapore analogico e realistico.


La pesca a mosca al tempo della quarantena

La pesca a mosca al tempo della quarantena

di Roberto Caielli 



“Rosa, oh pura contraddizione / voglia / di essere il sonno di nessuno / sotto così tante / palpebre” (Epitaffio sulla tomba di Rilke a Raron)


La cosa che più mi manca, in questo tempo strano, è pescare. Chi pesca con la mosca ha sempre dato un valore di preghiera, di religiosità quasi suprema, per non dire d’opera d’arte, alla concatenazione di gesti che porta, dalla propria cantina disseminata di piume d’uccello, mosche in costruzione e canne appoggiate alle spalliere, a scendere al fiume e camminarci dentro fino al torace. 

E ha sempre pensato d’appartenere a una sorta di sogno condiviso, un sogno d’insieme, trascendente, nato dal fiume, che lo porta a sentirsi nel posto giusto, sempre e soltanto quando si trova sul fiume o sul torrente. Da solo o con altri pescatori a mosca, parte dello stesso sogno, dello stesso racconto. Forse, addirittura, consapevoli o inconsapevoli, parte di una stessa società un po’ elitaria, che dispone la propria realizzazione solo nell’aspettativa e nell’incoerenza, nella pratica di un gesto - l’arte del lancio - più che nel suo compimento. Tutti noi pescatori con la mosca - in particolare con la mosca secca - abbiamo passato infinitamente molto più tempo sul fiume a pescare senza mai prender pesci, piuttosto che il contrario. E anche se la trota che nuota sotto le cascate, e sfida la corrente ai bordi di un torrente, è il motivo ultimo di tutto il nostro processo, noi siamo pianamente consapevoli che è il processo stesso che ci fa essere parte del sogno, e non l’esito di una cattura né l’appagamento finale. 

Camminare lungo l’argine, scrutare la superficie, sentire il profumo dell’erba e cogliere tra i raggi di sole, che filtrano dalle fronde o dalle nuvole, una schiusa d’insetti: cominciamo così, quasi quotidianamente, la nostra strada. E poiché questo cammino, oggi, è troncato dai divieti e dalla paura - rimaniamo chiusi in casa, e chiuse negli astucci le nostre esche, chiuse negli astucci le canne -, sento che in qualche modo - di tutte le cose della vita, e quante più importanti! - scendere al fiume a pescare è la cosa che più mi manca. 


Questa mancanza vive di “una pura contraddizione”, l’essere sempre lì al suo posto del fiume e delle trote, “sotto così tante palpebre” piene d’attesa e di speranza, come nell’epitaffio sulla tomba di Rilke, una parola che vive eternamente, “il sonno di nessuno” e non un corpo che muore. E’ una contraddizione complessa, che mi seduce: forse, le tante palpebre sono le nostre, che sognano, ma non vedono il fiume, poiché non ci possiamo andare; e “il sonno di nessuno” sono le sue acque, i suoi pesci e le sue rocce, che nel profondo, a noi celate, continuano a vivere come sempre. O forse, i nascosti, rinchiusi nelle case, celati nel “sonno di nessuno” siamo noi, e le palpebre quelle del fiume e della natura, che ci guardano da lontano e sentono la nostra assenza. O forse la verità, almeno quella che mi piace pensare (di nuovo una contraddizione pura), è che un po’ gli manchiamo, al fiume e alle sue creature, poiché in fondo eravamo in equilibrio, noi coi nostri stivali, loro nello scorrere infinito delle acque.

E poiché in questi giorni siamo circondati da un dolore dissonante, ecco che mai così intensamente ho desiderato infilarmi un paio di stivali, montare una canna, annodare una mosca e scendere al fiume. E fare del fiume il luogo di una eternità sovrumana, pensante e trascendente. 

In fondo è una preghiera. La pesca a mosca è una forma di preghiera. Ed è anche una “questua”, un mendicare, con la stessa aura monastica di quegli ordini di frati che, dal Medioevo ad oggi, vivevano e vivono pregando e chiedendo. Almeno, io mi sono spesso sentito così, sul fiume. Mi ha sempre regalato, la pesca, una sensazione di piccolezza nei confronti del creato, ma allo stesso tempo di giustizia, di esserne parte consapevole, un piccolo atomo di natura che insieme agli altri, e legato agli altri, muove i suoi passi.

L’ordine di questa discesa trascendente è certamente fatta di simboli e rituali. Non è adepto di nulla, il pescatore, è solo parte di un sogno, è posseduto da un sogno. E sebbene per alcuni di noi la pratica somigli al fanatismo, tutto è generalmente molto più prosaico e semplice di come l’abbia descritto fin ora. 

Tutto comincia all’alba, allo svegliarsi presto. E sapere che la giornata è già cominciata, inondata di speranza, di vita, di possibilità e di potenza. E si, forse anche di qualche trota, - magari! - forse della trota dell’anno o della vita, forse di quella meravigliosa e gigantesca trota che ho perso l’anno scorso e contro cui ho scagliato un anno intero di imprecazioni e rimorsi: dove avevo sbagliato? La misura del finale? La mosca montata su un amo scadente? Non avevo sostituito, per pigrizia, un terminale un po’ usurato da tanti lanci tra acqua e rocce?

Svegliarsi al mattino, il giorno della pesca, significa fremere. Letteralmente, godere d’un formicolio intenso e fisico, per il quale non è abbastanza il modo di dire “Non vedo l’ora”, e va un po’ meglio “Non sto più nella pelle”. Ma nemmeno evocare questa lacerazione estrema rende giustizia a quel che sento e provo a raccontare. Fremito, misto a chissà cosa, condito con il senso di colpa per aver lasciato la famiglia sola a casa, proprio in un giorno di festa, mescolato al pensiero che il tuo compagno è già fuori che aspetta, al freddo del mattino, là dove abbiamo appuntamento. Fremito per tutto quel tempo che, nella maggior parte delle volte, passerai non si sa bene a far cosa, probabilmente a non vedere un pesce. Di nuovo una pura contraddizione.

La destinazione è decisa da tempo. La macchina è caricata con cura dalla sera prima, ma controllo che ci sia tutto lo stesso. So che a metà strada il pensiero d’aver dimenticato, per la fretta, la scatola delle mosche migliori, o un paio di forbici, o una busta di finali, mi prenderà d’assalto, costringendomi a dieci minuti di doloroso mentale ripasso, e restare sempre dubbioso fino alla meta. 

Mi sento, il giorno che comincia così, come il pellegrino di una poesia di Georg Trakl, che “apre in silenzio ed entra” e scopre, oltre la soglia impietrita, che “in un purissimo chiarore / splendono sulla mensa pane e vino“. Questo chiarore traccia la strada di noi pescatori a mosca che partiamo, al mattino presto, come linea di luce che ci porta a scoprire che le porte di un fiume - la nostra mensa - sono sempre aperte, e pane e vino ci attendono, sempre, ogni giorno, ogni mattina e ogni sera. Il fiume scorre sempre per noi e ci aspetta il suo rumoroso cadere. 

Ci siamo. Parcheggiata l’auto tra gli alberi, scendiamo, e senza dirci nulla respiriamo fino in fondo tutta l’aria che ci circonda, noi stessi circondati già dal mistero e dalla magia del bosco, che prelude al fiume. Lo senti, ma ancora non lo vedi, pure è a pochi metri. E’ il Toce, grande fiume che scende dalle più alte creste ossolane fino ad allargarsi con una certa maestosità, e la stessa acqua di cristallo, nel fondovalle, insinuandosi tra meandri, i quali lo celano alle strade e ai paesi. Oppure è la Gougra, poco più che un ruscello altissimo nelle alpi Svizzere, dove ho imparato a lanciare con precisione, nelle buche grandi quanto un bicchiere, mosche grosse e rumorose, per trote piccole, selvatiche e timide. Lassù, l’acqua è sempre lattiginosa di neve, e il lancio deve incuriosire la trota, senza spaventarla. Ovvero, la posa della mosca deve svolgere, nello stesso momento, due funzioni fondamentali, ma opposte l’una all’altra. O forse il Rancina, il posto più vicino a casa, torrente selvaggio nei boschi rischiosi, chiusi, quasi inaccessibili, che crescono di una inaspettata asprezza sopra le forre e le grotte di cui sono perforate le Prealpi varesine. Selvaticissime fino alla bizzarria, scure e nere tra le macchie rosso vivo, nascoste al buio tra i massi di pietra e muschio, vibrano alla cattura e scivolano via dalle mani quando le rilasci, impaurite più dalla luce improvvisa, che dal rischio di perdere vita e libertà. In tutti questi posti, e in tanti altri che ho frequentato, l’acqua è “utile, umile, preziosa e casta”, come nel Cantico di Francesco d’Assisi. Come le sue creature. 

Che sia questo o quel posto, quando ci sei, ci sei. 

Mi tiro lunghi calzettoni di lana sopra il fondo dei pantaloni per indossare gli waders, alla vita o fino al torace, e gli scarponcini da waders. E’ una metamorfosi. Gli waders mi trasformano in altro da quello che sono, perché mi consentono d’entrare in acqua senza bagnarmi, e camminare per chilometri dentro l’alveo del fiume, accolto e cullato. E da lì, vedere le cose da una prospettiva unica, centrale, come gli alunni de “L’attimo fuggente” stimolati a salire in piedi sui banchi dal Professor Robin Williams per la lezione di letteratura. 

Tolgo la canna dal tubo che la protegge e dalla custodia di tela che l’avvolge. La canna è il fulcro di questo rito. La scorsa stagione, usavo spesso una 7 piedi e 6 per coda 3 di bambù, fatta da un costruttore americano di nome A. Jarry, credo, negli anni ottanta, che mi ha venduto un paio d’anni fa l’amico fotografo e pescatore Luigi Baldelli. Quando l’ho usata la prima volta, ho creduto subito nel valore di una canna dal sapore antico, tutta naturale, di legno, se non altro perché al primo lancio presi una trotella sui 20 centimetri che la fece curvare e vibrare fino all’impugnatura, come se avessi allamato un pesce grande il doppio. La canna in bambù ha un’anima. E’ lenta, docile, fragile e robusta insieme, ma capace di scatti orgogliosi di una rapidità sorprendente, perfino per un lanciatore non eccelso come me. Anche quelle in carbonio ce l’hanno. Sul Toce, dove il lancio prevede lunghe distanze, uso una canna bellissima in carbonio grezzo, nero, non verniciato, nata proprio lì sul fiume, a Vogogna, nel famoso laboratorio di Barone. E’ una “Vipera” 9 piedi e 6 per coda 5, regalo di Nicoletta e Maria qualche Natale fa. Le spire del carbonio sono scoperte, nude, come un rettile pronto a lanciarsi sulla preda. 

Mi manca lanciare. Ho passato giornate intere scandite da quel ritmo, un pendolo che conta il tempo, diversamente da qualsiasi orologio. Essendo la canna una leva a prosecuzione del braccio, che gli imprime quel tipico moto oscillatorio indietro - avanti per distendere la coda, il finale e la mosca, il tempo è del tutto interiore. Parte dalla tua testa e arriva ai polsi, e un altro scandire non è più necessario. E’ un tempo diverso, che mi manca terribilmente. E’ un tempo segnato dal sibilo della coda che scorre negli anelli, e curvato nello spazio dalle forme della coda stessa che si libera nell’aria. E’ una formula einsteniana di bellezza. 

L’ultimo atto, prima di scegliere la mosca, è agganciare il mulinello al calcio della canna, estrarre un po’ di coda e farla passare attraverso gli anelli. Una volta infilato l’ultimo anello, controllo il terminale di nylon e lego l’invisibile finale. 

Una bella definizione della mosca l’ho letta di recente in un libro di Ted Leeson, che la descrive utilizzando una poesia di Emily Dickinson: “La speranza è quella cosa piumata –

che si viene a posare sull’anima –“. Scegliere e lanciare un minuscolo oggetto senza peso nel fiume è un atto di speranza, che dimora molto profondamente nel pescatore. Specialmente le mosche di piume d’anatra, collo di gallo o pavone, più che quelle costruite col pelo di cervo o di altri animali, testimoniano l’eleganza esotica e orientale di questo minuscolo oggetto d’origine vittoriana. L’arancione, il verde o il grigio - azzurro di alcune mosche classiche, sono i colori di un cielo turneriano e di un autunno senza tempo della campagna inglese, o ancora di quel che resta dell’antica foresta caledoniana lungo la Great Glen nella Scozia centrale, o dei riflessi d’un sole marino sulla roccia delle Highlands. Là dove molte di esse sono state inventate e utilizzate per la prima volta, e dove quasi ogni terra ha il suo fiume, ci sono anse, pietre, panchine di legno, tronchi di vecchi alberi, con incisi il nome e la data di nascita e di morte di quelli che ci hanno pescato prima di noi. Le mosche, con poche varianti, sono sempre le stesse e i loro nomi una poesia: Pale dun, Blue dun, Greenswell glory, Tups indispensable, Royal coachman, March brown, e cosi via. 

Tutto questo mi manca. 



Intervista a Luigi Baldelli

L’Afghanistan insieme a Ettore Mo, la ex Jugoslavia, il Rwanda, l’Ebola in Sierra Leone sono solo alcuni dei reportage, firmati da Luigi Baldelli per quotidiani come il Corriere della Sera o magazine internazionali, che fanno di lui un punto di riferimento tra i fotoreporter della scena contemporanea. Perennemente in viaggio nei più remoti e disagiati luoghi del mondo, Luigi Baldelli è rappresentante di punta del fotogiornalismo italiano, allievo e stilisticamente continuatore dei maestri della scuola di Epoca o del reportage politico e di cronaca della Roma segnata dal brigatismo e dalle lotte degli anni 60 e 70. Il suo è un linguaggio fotografico diretto e personale, che punta a sintetizzare una immagine per portare alla luce - attraverso i gesti, le espressioni e gli sguardi -  tante storie da raccontare. 

Come hai cominciato questo mestiere?

La fotografia mi è sempre piaciuta, ai tempi del liceo era una passione che coltivavo a livello amatoriale, poi ho provato a farlo come mestiere. A Roma c’erano ai tempi molte opportunità, poiché lì avevano sede le redazioni di molti giornali importanti.  Incominciai con alcuni fotografi che avevano aperto una agenzia che si occupava in particolare di seguire la cronaca di Roma (per Repubblica, Corriere, Messaggero) ed era uno staff fotografico notevole. Dall’87 ho cominciato a lavorare con l’agenzia Contrasto (una esperienza durata per docici anni), poi con Grazia Neri e infine come free lance. Ho un ricordo che risale alle scuole medie: il professore di Educazione Tecnica ci insegnò la fotografia con una Pentax Spotmatic e i principi della camera oscura, e li è cominciata la passione. La fotografia mi attirava molto anche perché c’erano bellissime riviste con cui seguire l’evoluzione del linguaggio (Epoca, Life, Europeo, e le grandi collane di fotografia). Il reportage fu un po’ una conseguenza delle mie prime esperienze. Con Contrasto ho scattato molta politica in Italia (manifestazioni, personaggi, eventi) e nel 1989 incominciai i primi viaggi all’estero con la caduta del muro di Berlino e le rivoluzioni nell’ex Europa dell’Est. Da allora ho sempre viaggiato molto per il mondo. 

Quali sono i nomi di riferimento, giornalisti o fotografi, che ti hanno più influenzato?

Tra i fotografi sicuramente Vezio Sabatini: fotografava i personaggi politici ma non era un semplice fotografo. Era il più bravo di tutti, la sua non era la classica foto al politico di turno, ma sapeva cogliere gestualità, sguardi, riusciva a cogliere oltre l’apparenza. Fu una grande scuola. Altri fotografi di riferimento? Mi vengono in mente Giorgio Lotti e i fotografi di Epoca, ovviamente James Nachtwey, un grande esempio per tutti. Mi piace molto Luc Delahaye. Ricordo anche Gianni Giansanti (un eccezionale libro sul Vaticano, e la famosa foto di Aldo Moro morto nella Renault 4), era un fotografo di Sigma accreditato in Vaticano, fece un libro su Papa Wojtila davvero notevole. Roberto Koch è stata ed è una grande guida a Contrasto. Tra i miei preferiti ci sono anche Gilles Peress, (guardatevi libri come The silence: Ruanda o Telex Iran, o i lavori in Bosnia), e Salgado, che ho incontrato più volte. Voglio citare anche dei non fotografi: Ettore Mo, con cui ho lavorato 20 anni insieme, mi ha insegnato tanto, era un giornalista di penna ma mi ha insegnato molto, vedeva le cose prima di tutti, cosi come Bernardo Valli o Mimmo Candido. 

Ci sono foto o esperienze a cui sei particolarmente legato?

Ho seguito l’Afganistan dal 1995 con Ettore Mo fino al 2013, quello è il paese che mi ha più colpito, come anche il centro del Sud America. 

A un giovane oggi cosa diresti?

Un tempo avrei detto vai all’estero, oggi alla luce di quello che sta accadendo viaggiare sarà diverso, ma gli direi “vai e diventa uno specialista di quel paese”. Non è vero che il foto giornalismo è morto. Chiaramente i giornali hanno difficoltà a sostenere i costi di un reportage, ma occorre allargare il panorama, ci sono molte altre possibilità, c’è il web, e la gente è sempre interessata alle storie. Occorre certamente  mettersi in gioco studiando, ampliando la propria cultura, interessarsi d’arte, politica. La cosa principale, su queste basi, è comunque avere una idea da sviluppare.  Credo che non consiglierei le scuole di fotografia. Consiglierei piuttosto la gavetta presso uno studio.  Porti magari per mesi il caffè a un fotografo di moda, però sei lì, vedi, vivi il mestiere. 

Using Format